al mulìn del punt del vat – 2 – La vita su quelle pietre

Ci sono cose che parlano della storia di una comunità, ci sono i registri parrocchiali, le anagrafi e poi ci sono i luoghi della memoria, i muri, i cortili. Quello del Mulìn de Quarin è un luogo dove è passato tutto il paese, soprattutto gli ultimi anni quando quello del Ponte del Vado era l’unico mulino cittadino.

Da sempre il mulino era uno dei posti dove la gente si incontrava e parlava, e parlava, e parlava. Oggi, se un commerciante ti dice: “…deve aspettare 3 ore” possono succedere due cose, o cominciano gli insulti e si telefona al gabibbo oppure, con santa rassegnazione, si impiega il tempo in altro modo, andando in altri posti, incastrando gli orari delle attività e massimizzando il rendimento del bene più prezioso di questi tempi: il tempo appunto.

Nel dopoguerra, la gente andava al mulino e sapeva che c’era un preciso ordine da rispettare, il mugnaio riceveva i sacchi della graniglia, metteva il numero indicatore del cliente e quando arrivava il turno si macinava e produceva la sua farina. Poco importava se l’attesa era anche di ore, il compito era di tornare a casa con la farina. Il mulino era attrezzato con una tettoia spiovente sul cortile dove i carri con i buoi venivano messi al riparo, non era desiderabile trovarsi con il granturco o la farina bagnata. Uno degli anelli su cui venivano legate le bestie è ancora visibile, lì cementato sulle pietre del muro del mulino.

In attesa della farina, la gente scambiava le chiacchere e le storie del paese. Anche qui, nascevano amori e si coltivavano speranze, Le fidanzate passavano nei pressi sperando di trovare il loro prediletto lì al mulino. Non c’erano telefonini e neanche telefoni, ma per sapere se c’era una possibilità di incontro bastava una parola dopo messa: “… martis varai finit la farina…” e si sapeva che sarebbe tornato al mulino martedì. Talvolta era anche Pieri al mulinàr a tenere la corda, con quelle frasi: “… chista a è la blava dei Simitàns doman vègnin a tuoila…” e l’appuntamento era chiaro!

Racconta Renato quarin, che per un certo tempo non serviva neanche mettere il cartellino di identificazione dei sacchi perchè ogni famiglia usava sempre gli stessi sacchi ed era come se avessero la firma stampata sopra. Poi c’erano quelli che avevano una collezione intera di sacchi cuciti con la tela dei paracadute e altri teli dei tedeschi. Erano sempre gli stessi sacchi che giravano, il vero riciclo e riuso ecologico dei beni.

Insomma le attese erano lunghe al mulino, le famiglie più grosse portavano i sacchi un giorno e tornavano il giorno dopo a prendere la farina, mentre i nuclei più piccoli o quelli che abitavano vicino, arrivavano col carrettino trainato a mano. A volte il carretto si rovesciava, e bisogna attendere il passaggio di una buon’anima per aiutare a ricaricare il materiale. Quando si usciva dal mulino però potevi star sicuro che il carretto era caricato bene perchè Pieri lo bilanciava con cura e sicurezza.

Nella attesa, come detto, si chiacchierava per ammazzare il tempo, ma si cedeva anche al piacere di lasciare la propria firma sulle pietre di quella facciata. Un po’ sbiaditi dal tempo, ma ancora visibili, ci sono i graffiti eseguiti con la matita sul muro del mulino,  ci sono le firme dei clienti, alcuni tentativi di disegno, ma la stragrande maggioranza, sono conti, cioè i calcoli dei quantitativi e del prezzo totale da pagare. Ecco che, un gesto che oggi sarebbe maleducato, allora era normale e diventa per noi oggi affettuosa testimonianza di un tempo passato. Vediamo le somme e le moltiplicazioni, vediamo la data del 1945, leggiamo le firme di Turrin Antonio Zors, quella di De Piero Duilio che poco tempo fa disse a Renato “se cerchi a destra del portone d’ingresso su una pietra troverai la mia firma”. Leggiamo il cognome Romanin scolpito col coltellino anzichè scritto a matita e più in alto la stessa mano sembra abbia scritto “andra” e “anni 9, che fa pensare ad un bambino che si dimentica la “e” di andr(e)a. Vite che sono passate attraverso le due colonne del cortile di Pieri e Renato mulinàrs ed hanno lasciato un piccolo ma simpatico segno del loro passaggio.

 

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