Al mulìn del punt del vat – 3 – Quella volta della tessera fascista

Raccontava tante volte papà Pietro a Renato, che durante il periodo fascista non c’era molto da scegliere, o si stava buoni e si poteva esibire la tessera del partito oppure si pativa la fame. Così fu che, anche lui, se voleva lavorare doveva essere iscritto al partito fascista, cosa che fece come moltissimi altri. In qualità di iscritto al partito doveva rispettare alcune regole tra cui quella fondamentale di non macinare grano per coloro che non avessero mostrato la tessera del fascio. A Cordenons erano parecchi a non avere la tessera, alcuni per scelta altri per disgrazia e le loro famiglie non potevano accedere al mulino ed avere farina per la cucina. Pietro, naturalmente, aiutava queste famiglie macinando  di nascosto, a ore strane, ma purtroppo venne sorpreso una prima volta e gli fu comminata una multa. La seconda volta che venne colto sul fatto  non fu perdonato e la punizione fu durissima con tre provvedimenti immediati: il primo fu due giorni di carcere in Via Spalato a Udine. Il secondo fu  un anno di sospensione della licenza, che lo costrinse ad andare a lavorare al mulino in Piazza. Il terzo però fu un provvedimento che invece di farlo crollare, lui festeggiò: si trattava infatti della espulsione dal partito fascista. “Ai fat ‘na cioca!” raccontava Pieri quarin mulinàr.

 

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