L’attacco alla Repubblica dell’Ecuador. Ecco il perché di Londra.

Oggi parliamo di geo-politica e di libera informazione in rete.
Tutto ciò che sta accadendo oggi, tecnicamente (nel senso di “politicamente”) è
iniziato il 12 dicembre del 2008.

Secondo altri, invece, sarebbe iniziato nel settembre di quell’anno. Ma ci volevano almeno
quattro anni prima che l’onda d’urto arrivasse in Europa e in Usa.
Forse è meglio cominciare dall’inizio per spiegare gli accadimenti.
Anzi, è meglio cominciare dalla fine.
Con qualche specifica domanda, che – è molto probabile – pochi in Europa si sono posti.
Mi riferisco qui alla questione di Julian Assange, wikileaks, e la Repubblica di Ecuador.
Perché il caso esplode, oggi?
Perché, Julian Assange, ha scelto un minuscolo, nonché pacifico, staterello del
Sudamerica che conta poco o nulla?
Come mai la corona dell’impero britannico perde la testa e si fa prendere a schiaffi davanti
al mondo intero da un certo signor Patino, ministro degli esteri ecuadoregno, per gli euro-
atlantici un vero e proprio Signor Nessuno, il quale ha dato una risposta alla super elite
planetaria (cioè il Foreign Office di Sua Maestà) tale per cui, cinque anni fa avrebbe
prodotto soltanto omeriche risate di pena e disprezzo, mentre oggi li costringe ad
abbozzare, ritrattare, scusarsi davanti al mondo intero?
Perché l’Ecuador? Perché, adesso?

Tutto era più che prevedibile, nonché scontato.

Intendiamoci: era scontato in tutto il continente americano, in Australia, Nuova Zelanda,
Danimarca, paesi scandinavi. In Europa e a Washington pensavano che il mondo fosse lo
stesso di dieci anni fa.

Perché l’Europa –e soprattutto l’Italia- è al 100% eurocentrica, vive sotto un costante
bombardamento mediatico semi-dittatoriale, non ha la minima idea di ciò che accade nel
resto del mondo, ma (quel che più conta) pensa ancora come nel 1812, ovvero: “se crolla
l’Europa crolla il mondo intero; se crolla l’euro e l’Europa si disintegra scompare la civiltà
nel mondo” e ragiona ancora in termini coloniali.

Ma il mondo non funziona più così.

In Italia, ad esempio, nessuno è informato sulla zuffa (che sta già diventando rissa) tra il
Brasile e l’Onu, malamente gestita da Christine Lagarde, la persona che presiede il Fondo
Monetario Internazionale, e che ruota intorno all’applicazione base di un concetto formale,
banale, quasi sciocco, ma che potrebbe avere ripercussioni psico-simboliche immense:
l’Italia è stata ufficialmente retrocessa. Non è più l’ottava potenza al mondo, bensì la nona.
E’ stata superata dal Brasile. Quindi al prossimo G8 l’Italia non verrà invitata, ma ci andrà
il Brasile. Da cui la scelta di abolire il G8 trasformandolo in G10 standard.

Si stanno scannando.
La prima notizia Vera (per chi vuole ricavare informazioni reali dal mondo reale) è questa:
“L’Europa, con l’Inghilterra e Germania in testa, non possono (non vogliono) accettare il
trionfo keynesiano del Sudamerica e la loro irruzione nel teatro della Storia come soggetti
politici autonomi. Per loro vale il principio per cui “che se ne stiano a casa loro, non
rompano i coglioni, e ringrazino il cielo che li facciamo anche sopravvivere, come facciamo
con gli africani. Altrimenti, da quelle parti, uno per uno faranno la fine di Gheddafi”. Il
messaggio in sintesi è questo.
Dal Sudamerica negli ultimi quaranta giorni sono arrivati tre potentissimi messaggi in
risposta: niente è stato pubblicizzato in Europa. Tanto meno l’ultimo (il più importante)
in data 3 agosto, se non altro per il fatto che era in diretta televisiva dalla sede di
New York del Fondo Monetario Internazionale. Nessuno lo ha trasmesso in Europa, ad
esclusione della Danimarca. E così, preso atto che esiste una compattezza mediatica
planetaria di censura, e avendo preso atto che se non se ne parla la televisione, non c’è in
rete e non si trovano notizie su wikipedia, allora vuol dire che non esiste, il Sudamerica ha
scelto il palcoscenico mediatico globale più intelligente in assoluto: il cuore della finanza
oligarchica planetaria, la city di Londra.
E adesso veniamo ai fatti.

Julian Assange, il 15 giugno del 2012 capisce che per lui è finita. Si trova a Londra. Gli
agenti inglesi l’arresteranno la settimana dopo, lo porteranno a Stoccolma, dove
all’aereoporto non verrà prelevato dalle forze di polizia di Sua Maestà la regina di Svezia,
bensì da due ufficiali della Cia, e un diplomatico statunitense, i quali avvalendosi di
specifici accordi formali sanciti tra le due nazioni farà prevalere il “diritto di opzione militare
in caso di conflitto bellico dichiarato” sostenendo che Julian Assange è “intervenuto
attivamente” all’interno del conflitto Nato-Iraq mentre la guerra era in corso. Lo
porteranno direttamente in Usa, nello Stato del Texas, dove verrà sottoposto a
processo penale per attività terroristiche, chiedendo per lui l’applicazione della
pena di morte sulla base dell’applicazione del Patriot Act Law.

Julian Assange si consulta con il suo gruppo, e fanno la scelta giusta dopo tre giorni di
vorticosi scambi di informazioni in tutto il pianeta. “vai all’ambasciata dell’Ecuador a piedi,
con la metropolitana, e stai lì”. Alle 9 del mattino del 19 giugno entra nell’ambasciata
dell’Ecuador. Nessuna notizia, non lo sa nessuno. Il suo gruppo apre una trattativa con
gli agenti inglesi a Londra, con gli svedesi a Stoccolma e con i diplomatici americani a Rio
de Janeiro. Raggiungono un accordo: “evitiamo rischio di attentati e facciamo passare le
olimpiadi, il 13 agosto se ne può andare in Sudamerica, facciamo tutto in silenzio, basta
che non se ne parli”. I suoi accettano, ma allo stesso tempo non si fidano (giustamente)
degli anglo-americani. Si danno da fare e mettono a segno due favolosi colpi. Il primo
avviene il 3 agosto, il secondo il 4.

Il 3 agosto 2012, con un anticipo rispetto alla scadenza di 16 mesi, la presidente della
Repubblica Argentina, Cristina Kirchner, si presenta alla sede di Manhattan del Fondo
Monetario Internazionale accompagnata dal suo ministro dell’economia e dal ministro degli
esteri ecuadoregno, Patino, in rappresentanza di “Alba” (acronimo che sta per Alianza
Laburista Bolivariana America”) l’unione economica tra Ecuador, Colombia e Venezuela.
In tale occasione, la Kirchner si fa fotografare e riprendere dalle televisioni con un
gigantesco cartellone che mostra un assegno di 12 miliardi di euro intestato al Fondo
Monetario Internazionale con scadenza 31 dicembre 2013, che il governo argentino ha
versato poche ore prima. “Con questa tranche, la Repubblica Argentina ha dimostrato di
essere solvibile, di essere una nazione responsabile, attendibile e affidabile per chiunque
voglia investire i propri soldi. Nel 2003 andammo in default per 112 miliardi di dollari, ma ci
rifiutammo di chiedere la cancellazione del debito: scegliemmo semplicemente la
dichiarazione ufficiale di bancarotta e chiedemmo dieci anni di tempo per restituire i soldi a
tutti, compresi gli interessi. Per dieci, lunghi anni, abbiamo vissuto nel limbo. Per dieci,
lunghi anni, abbiamo protestato, contestato e combattuto contro le decisioni del Fondo
Monetario Internazionale che voleva imporci misure restrittive di rigore economico
sostenendo che fosse l’unica strada. Noi abbiamo seguito una strada diversa, opposta:
quella del keynesismo basato sul bilancio sociale, sul benessere equo sostenibile e sugli
investimenti in infrastrutture, ricerca, innovazione, investendo invece di tagliare. Abbiamo
risolto i nostri problemi. Ci siamo ripresi. Non solo. Siamo oggi in grado di saldare l’ultima
tranche con 16 mesi di anticipo. Le idee del Fondo Monetario Internazionale e della Banca
Mondiale in materia economica sono idee errate, sbagliate”.

Lo erano allora lo sono ancor di più oggi: Chi vuole operare, imprendere, creare lavoro
e ricchezza, è benvenuto in Argentina: siamo una nazione che ha dimostrato di
essere solvibile, quindi pretendiamo rispetto e fedeltà alle norme e alle regole, da
parte di tutti, dato che abbiamo dimostrato, noi per primi, di rispettare i dispositivi
del diritto internazionale……” ecc.

Subito dopo (cioè 15 minuti dopo) la Kirchner ha presentato una denuncia formale contro
la Gran Bretagna e gli Usa al WTO (World Trade Organization) la più importante
associazione planetaria di scambi commerciali coinvolgendo il Fondo Monetario
Internazionale grazie ai files messi a disposizione da Wikileaks, cioè Assange.

L’Argentina ha saldato i debiti, ma adesso vuole i danni. Con gli interessi composti.
“Volevano questo, bene, l’hanno ottenuto. Adesso che paghino”. E’ una lotta tra la
Kirchner e la Lagarde. Le due Cristine duellano da un anno impietosamente. Grazie (o per
colpa) di Assange, dato che il suo gruppo ha tutte le trascrizioni di diverse conversazioni in
diverse cancellerie del globo, che coinvolgono gli Usa, la Gran Bretagna, la Francia,
l’Italia, la Germania, il Vaticano, dove l’economia la fa da padrone: Osama Bin Laden è
stato mandato in soffitta e sostituito da John Maynard Keynes, lui è diventato il nemico
pubblico numero uno delle grandi potenze; in queste lunghe conversazioni si parla di
come mettere in ginocchio le economie sudamericane, come portar via le loro risorse
energetiche, come impedir loro di riprendersi e crescere, come fare per impedire ai loro
governi di far passare i piani economici keynesiani applicando invece i dettami del Fondo
Monetario Internazionale il cui unico scopo consiste nel praticare una politica neo-
colonialista a vantaggio soprattutto di Spagna, Italia e Germania, con capitali inglesi.

Gran parte dei file già resi pubblici su internet. Gran parte dei file, gentilmente offerti da
Assange all’ambasciatore in Gran Bretagna dell’Ecuador, il quale – siamo sempre il 3
agosto a New York – ricorda chi rappresenta e che cosa ha fatto l’Ecuador, ovvero la prima
nazione del continente americano, e unica nazione nel mondo occidentale dal 1948, ad
aver applicato il concetto di “debito immorale” ovvero “il rifiuto politico e tecnico di saldare
alla comunità internazionale i debiti consolidati dello Stato perché ottenuti dai precedenti
governi attraverso la corruzione, la violazione dello Stato di Diritto, la violazione di norme
costituzionali”. Il 12 dicembre del 2008, infatti, il neo presidente del governo dell’Ecuador
Rafael Correa (pil intorno ai 50 miliardi di euro, pari a 30 volte di meno dell’Italia) dichiara
ufficialmente in diretta televisiva in tutto il continente americano (l’Europa non ha mai
trasmesso neppure un fotogramma e difficilmente si trova nella rete europea materiale
visivo) di “aver deciso di cancellare il debito nazionale considerandolo immondo, perché
immorale; hanno alterato la costituzione per opprimere il popolo raccontando il falso.
Hanno fatto credere che ciò chè è Legge, cioè legittimo, è giusto. Non è così: da oggi in
terra d’Ecuador vale il nuovo principio costituzionale per cui ciò che è giusto per la
collettività allora diventa legittimo”.

Cifra del debito: 11 miliardi di euro. Il Fondo Monetario Internazionale fa cancellare
l’Ecuador dal nòvero delle nazioni civili: non avrà mai più aiuti di nessun genere da
nessuno “Il paese va isolato” dichiara Dominique Strauss Kahn, allora segretario del
Fondo Monetario.. Il paese è in ginocchio. Il giorno dopo, Hugo Chavez annuncia
ufficialmente che darà il proprio contributo dando petrolio e gas gratis all’Ecuador per dieci
anni. Quattro ore più tardi, il presidente Lula annuncia in televisione che darà gratis 100
tonnellate al giorno di grano, riso, soya e frutta per nutrire la popolazione, finchè la
nazione non si sarà ripresa. La sera, l’Argentina annuncia che darà il 3% della propria
produzione di carne bovina di prima scelta gratis all’Ecuador per garantire la quantità di
proteine per la popolazione. Il mattino dopo, in Bolivia, Evo Morales annuncia di aver
legalizzato la cocaina considerandola produzione nazionale e bene collettivo. Tassa i
produttori di foglie di coca e offre all’Ecuador un prestito di 5 miliardi di euro a tasso zero
restituibile in dieci anni in 120 rate. Due giorni dopo, l’Ecuador denuncia la United Fruit
Company e la Del Monte & Associates per “schiavismo e crimini contro l’umanità”,
nazionalizza l’industria agricola delle banane (l’Ecuador è il primo produttore al mondi di
banane) e lancia un piano nazionale di investimento di agricoltura biologica ecologica
pura. Dieci giorni dopo, i verdi bavaresi, i verdi dello Schleswig Holstein, in Italia la Conad,
e in Danimarca la Haagen Daaz, si dichiarano disponibili a firmare subito dei contratti
decennali di acquisto della produzione di banane attraverso regolari tratte finanziarie
pagate in euro che possono essere scontate subito alla borsa delle merci di Chicago. Il 20
dicembre del 2008, facendosi carico della protesta della United Fruit Company, il
presidente George Bush (già deposto ma in carica formale fino al 17 gennaio 2009)
dichiara “nulla e criminale la decisione dell’Ecuador” annunciando la richiesta di
espulsione del paese dall’Onu: “siamo pronti anche a una opzione militare per
salvaguardare gli interessi statunitensi”. Il mattino dopo, il potente studio legale di New
York Goldberg & Goldberg presenta una memoria difensiva sostenendo che c’è un
precedente legale. Sei ore dopo, gli Usa si arrendono e impongono alla comunità
internazionale l’accettazione e la legittimità del concetto di “debito immorale”. La United
Fruit company viene provata come “multinazionale che pratica sistematicamente la
corruzione politica” e condannata a pagare danni per 6 miliardi di euro.

Da notare che il “precedente legale” (tuttora ignoto a gran parte degli europei) è datato 4
gennaio 2003 a firma George Bush.

Eh già. E’ accaduto in Iraq, che in quel momento risultava “tecnicamente” possedimento
americano in quanto occupato dai marines con governo provvisorio non ancora
riconosciuto dall’Onu. Saddam Hussein aveva lasciato debiti per 250 miliardi di euro (di cui
40 miliardi di euro nei confronti dell’Italia grazie alle manovre di Taraq Aziz, vice di
Hussein e uomo dell’opus dei fedele al vaticano) che gli Usa cancellano applicando il
concetto di “debito immorale” e quindi aprendo la strada a un precedente storico recente.
Gli avvocati newyorchesi dell’Ecuador offrono al governo americano una scelta: o
accettano e stanno zitti oppure se si annulla la decisione dell’Ecuador allora si annulla
anche quella dell’Iraq e quindi il tesoro Usa deve pagare subito i 250 miliardi di euro a tutti
compresi gli interessi composti per quattro anni. Obama, non ancora insediato ma già
eletto, impone a Bush di gettare la spugna. La solida parcella degli avvocati newyorchesi
viene pagata dal governo brasiliano.
Nasce allora il Sudamerica moderno.
E cresce e si diffonde il mito di Rafael Correa, presidente eletto dell’Ecuador. Non un
contadino indio come Morales, un sindacalista come Lula, o un operaio degli altiforni come
Chavez. Tutt’altra pasta. Proveniente da una famiglia dell’alta borghesia caraibica, è un
intellettuale cattolico. Laureato in economia e pianificazione economica a Harvard,
cattolico credente e molto osservante, si auto-definisce “cristiano-socialista come Gesù
Cristo, sempre schierato dalla parte di chi ha bisogno e soffre”.

Il suo primo atto ufficiale consiste nel congelare tutti i conti correnti dello I.O.R. nelle
banche cattoliche di Quito e tale cifra viene dirottata in un programma di welfare sociale
per i ceti più disagiati. Fa arrestare l’intera classe politica del precedente governo che
viene sottoposta a regolare processo. Finiscono tutti in carcere, media di dieci anni a testa
con il massimo rigore. Beni confiscati, proprietà nazionalizzate e ridistribuite in cooperative
agricole ecologiche. Invia una lettera a papa Ratzinger dove si dichiara “sempre umile
servo di Sua Illuminata Santità” dove chiede ufficialmente che il vaticano invii in Ecuador
soltanto “religiosi dotati di profonda spiritualità e desiderosi di confortare i bisognosi
evitando gli affaristi che finirebbero sotto il rigore della Legge degli uomini”.
Tutto ciò lo si può raccontare oggi, grazie alla bella pensata del Foreign Office, andati nel
pallone. In tutto il pianeta Terra, oggi, si parla di Rafael Correa, dell’Ecuador, del debito
immorale, del nuovo Sudamerica che ha detto no al colonialismo e alla servitù alle
multinazionali europee e statunitensi.
In Italia lo faccio io sperando di essere soltanto uno dei tanti.
Questo, per spiegare “perché l’Ecuador”.
E’ un chiaro segnale che il gruppo di Assange sta dando a chi vuol capire e comprendere
che TINA è un Falso. Non è vero che non esiste alternativa. Per 400 anni, da quando gli
europei scoprirono le banane ricche di potassio, gli ecuadoregni hanno vissuto nella
povertà, nello sfruttamento, nell’indigenza, mentre per centinaia di anni un gruppo di
efferati oligarchi si arricchiva alle loro spalle. Non è più così. E non lo sarà mai più. A
meno che non finiscano per vincere Mitt Romney, Mario Draghi, Mario Monti, David
Cameron e l’oligarchia finanziaria. L’esempio dell’Ecuador è vivo, può essere replicato in
ogni nazione africana o asiatica del mondo.
Anche in Europa.
Per questo Julian Assange ha scelto l’Ecuador.
Ma non basta.
Il colpo decisivo al sistema viene dato da una notizia esplosiva resa pubblica (non a caso)
il 4 agosto del 2012. “Julian Assange ha firmato il contratto di delega con il magistrato
spagnolo Garzòn che ne rappresenta i diritti legali a tutti gli effetti e in ogni nazione del
globo”.
Ma chi è Garzòn?
E’ il nemico pubblico numero uno della criminalità organizzata.
E’ il nemico pubblico numero uno dell’OPUS DEI.
E’ il più feroce nemico di Silvio Berlusconi.
E’ in assoluto il nemico più pericoloso per il sistema bancario mondiale.

Magistrato spagnolo con 35 anni di attività ed esperienza alle spalle, responsabile della
procura reale di Madrid, ha avuto tra le mani i più importanti processi spagnoli degli ultimi
25 anni. Esperto in “media & finanza” e soprattutto grande esperto in incroci azionari e
finanziari, salì alla ribalta internazionale nel 1993 perché presentò all’Interpol una
denuncia contro Silvio Berlusconi e Fedele Confalonieri (chiedendone l’arresto) relativa a
Telecinco, Pentafilm, Fininvest, Reteitalia e Le Cinq da cui veniva fuori che la Pentafilm
(Berlusconi e Cecchi Gori soci, cioè Pd e PDL insieme) acquistava per 100 $ i diritti di un
film alla Columbia Pictures che rivendeva a 500$ alla Telecinco che li rivendeva a 1000$ a
Rete Italia che poi in ultima istanza vendeva a 2000$ alla Rai tre volte: li ha venduti sia a
Rai1 che a Ra2 che a Rai3. Lo stesso film. Cioè la Rai (ovvero noi) ha pagato i diritti di un
film 20 volte il valore di mercato e l’ha acquistato tre volte, così tutti i partiti erano presenti
alla pari.

Quando si arrivò al nocciolo definitivo della faccenda, Berlusconi era presidente del
consiglio, quindi Garzòn venne fermato dall’Unione Europea. Ottenne una mezza vittoria.
Chiuse la Telecinco e finirono in galera i manager spagnoli. Ma Berlusconi rientrò dalla
finestra nel 2003 come Mediaset. Si riaprì la battaglia, Garzòn stava sempre lì. Nel 2006
pensava di avercela fatta ma il governo italiano di allora (Prodi & co.) aiutò Berlusconi a
uscirne. Nel 2004 aprì un incartamento contro papa Woytila e contro il managament dello
I.O.R. in Spagna e in Argentina, in relazione al finanziamento e sostegno da parte del
vaticano delle giunte militari di Pinochet e Videla in Sudamerica. Nel 2010 Garzòn si
dimise andando in pensione ma aprì uno studio di diritto internazionale dedicato
esclusivamente a “media & finanza” con sede all’Aja in Olanda.

E’ il magistrato che è andato a mettere il naso negli affari più scottanti, in campo
mediatico, dell’Europa, degli ultimi venti anni. In quanto legale ufficiale di Assange, il
giudice Garzòn ha l’accesso ai 145.000 file ancora in possesso di Julian Assange che non
sono stati resi pubblici. Ha già fatto sapere che il suo studio è pronto a denunciare diversi
capi di stato occidentali al tribunale dei diritti civili con sede all’Aja. L’accusa sarà “crimini
contro l’umanità, crimini contro la dignità della persona”.

 

La battaglia è dunque aperta.
E sarà decisiva soprattutto per il futuro della libertà in rete.
In Usa non fanno mistero del fatto che lo vogliono morto. Anche gli inglesi.
Ma hanno non pochi guai perché, nel frattempo, nonostante sia abbastanza paranoico (e
ne ha ben donde) Assange ha provveduto a tirar su un gruppo planetario che si occupa di
contro-informazione (vera, non quella italiana). I suoi esponenti sono anonimi. Nessuno sa
chi siano. Non hanno un sito identificato. Semplicemente immettono in rete dati, notizie,
informazioni, eventi. Poi, chi vuole sapere sa dove cercare e chi vuole capire capisce.
Quando la temperatura si alza, va da sé, il tutto viene in superficie.
E allora si balla tutti.
In Sudamerica, oggi, la chiamano “British dance”.
Per questo Assange sta dentro l’ambasciata dell’Ecuador.
Per questo Garzòn lo difende.
Per questo, questa storia relativa al Sudamerica, va raccontata.
Per questo l’Impero Britannico ha perso la testa e lo vuole far fuori.
Perché Assange ha accesso a materiale di fonte diretta.
E il solo fatto di dirlo, e divulgarlo, scopre le carte a chi governa, e ricorda alla gente che
siamo dentro una Guerra Invisibile Mediatica.
Non sanno come fare a fermare la diffusione di informazioni su ciò che accade nel mondo.
Finora gli è andata bene, rimbecillendo e addormentando l’umanità.
Ma nel caso ci si risvegliasse, per il potere sarebbero dolori davvero imbarazzanti.
Wikileaks non va letto come gossip.
Non lo è.
C’è gente che per immettere una informazione da un anonimo internet point a Canberra,
Bogotà o Saint Tropez, rischia anche la pelle.
Questi anonimi meritano il nostro rispetto.
E ci ricordano anche che non potremo più dire, domani “ma noi non sapevamo”.
Chi vuole sapere, oggi, è ben servito. Basta cercare.
Se poi, con questo Sapere un internauta non ne fa nulla, è una sua scelta.
Tradotto vuol dire: finchè non mandiamo a casa l’immonda classe politica che mal ci
rappresenta, le chiacchiere rimarranno a zero. Perché ormai sappiamo tutti come stanno
le cose.
Altrimenti, non ci si può lamentare o sorprendersi che in Italia nessuno abbia mai parlato
prima dell’Ecuador, di Rafael Correa, di ciò che accade in Sudamerica, dello scontro
furibondo in atto tra la presidente argentina e brasiliana da una parte e Christine Lagarde
e la Merkel dall’altra.
Perché stupirsi, quindi, che gli inglesi vogliano invadere un’ambasciata straniera?
Non era mai accaduto neppure nei momenti più bollenti della cosiddetta Guerra Fredda.
Come dicono in Sudamerica quando si chiede “ma che fanno in Europa, che succede lì?”
Ormai si risponde dovunque “In Europa dormono. Non sanno che la vita esiste”.

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