Al mulìn del punt del vat – 1 – Renato quarin mulinàr

Pieri quarin era un uomo più istruito della media, tanto da meritarsi il soprannome “samassa”. I suoi figli, Giacomo, Giuseppe, Sebastiano, Antonio, Luigi, Osvaldo erano tutti istruiti; sapevano leggere, scrivere e avevano imparato la bella calligrafia. Questo però non evitò loro di emigrare alla ricerca di migliori opportunità. Tre di loro, Toni, Luigi, Osvaldo decisero di tornare in Italia dove nel 1910 costruirono il mulino in via Ponte del Vado. Successivamente, Toni e Osvaldo si ritirarono e rimase solo Luigi a gestire gli impianti. A Luigi successe il figlio Pieri che continuò il mestiere di mugnaio  fino al 1981 quando passò tutta l’azienda nelle mani del figlio Renato che la portò avanti fino al 2000. Renato, che non lavora più “perchè me lo ha proibito il dottore” mi dice sorridendo, “dopo 45 anni di lavoro…” Renato dicevo, è stato sempre un mulinàr sin da piccolo e la sua esperienza è veramente grande basata su tre generazioni di mugnai.

Il mulino è nato con due macine in pietra alimentate ad energia elettrica che la “Trevigiana Società per l’energia elettrica”, portò in media tensione. Fu compito dei Romanin installare il trasformatore per l’alimentazione del macchinario. Nel 1958 vennero cambiate le macine con due moderni mulini che si possono vedere tutt’ora. Allora l’ENEL acconsentì a portare i chilovatt necessari all’attività chiedendo in cambio ai Romanin  il trasformatore del vecchio mulino che fu riposizionato dalla compagnia elettrica, per alimentare tutto il quartiere di Sclavons. Per consentire  il cambio delle apparecchiature fu necessario rinforzare i solai per sostenere il maggiore peso degli impianti. Il segno di questa modifica è rimasto scritto sui muri, proprio da Renato, alla base del travo di sostegno aggiunto nel 1958. Nel frattempo si passa attraverso il boom economico degli anni 60 per arrivare all’industrializzazione spinta degli anni’ 70 dove comincia a farsi sentire anche la pressione dei prodotti industriali preconfezionati. Inoltre cresce la diffusione di piccoli mulini elettrici che i contadini più grossi non tardano ad adottare. Spesso capita che tra generazioni diverse si abbiano diverse visioni del lavoro, fu così che nel 1978 dopo vent’anni di lavoro insieme, Renato, che vorrebbe fare modifiche al modo di lavorare, decide di staccarsi dall’impresa familiare e di lavorare per un paio di anni presso il grande mulino industriale di Pordenone.  Nel 1980 Pieri mulinàr lascia l’impresa completamente  nelle mani di Renato che può così apportare le modifiche al processo e alla produzione che desiderava. Decide di mantenere la linea di macinato per l’alimentazione animale, ma privilegia anche la  piccola produzione di farine ad uso privato. Renato aveva scoperto che tantissimi piccoli agricoltori, o anche semplici appassionati, gradivano poter avere la farina dal loro granturco, facevano diversi chilometri, anche da Zoppola e aspettavano che il prodotto del loro lavoro dei campi entrasse nel mulino per portarselo a casa macinato e poter dire “ questa è la mia farina”.

Arrivano anche gli anni dell’integrazione europea che da noi si è sentita soprattutto con il recepimento delle norme relative alla sicurezza e all’igiene. Se nel campo dell’igiene non ci fosse nulla da integrare perché era sempre stata curata nei dettagli, purtroppo nell’altro campo i mulini erano impianti molto pericolosi a causa delle cinghie ed altri corpi in movimento e necessitavano dunque di grossi interventi.  Fu così che dopo “soli” 45 anni di lavoro da mugnaio Renato Romanin “quarin” ha chiuso per l’ultima volta il lucchetto del portone d’ingresso del mulino del Ponte del Vado.

 

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